Vinitaly 2026: la fiera applaude, il settore arranca
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Vinitaly 2026: la fiera applaude, il settore arranca
Verona, 15 aprile 2026. La 58ª edizione di Vinitaly 2026 ha chiuso con 90.000 presenze da 135 nazioni. Il quartiere fieristico era al completo con 4.000 aziende espositrici. Il 26% dei visitatori era straniero: cinque nazioni in più rispetto al 2025. Oltre 1.000 top buyer da più di 70 Paesi, selezionati con ITA Agenzia. Quasi 100 eventi tra degustazioni e convegni. 50.000 token degustazione per Vinitaly and the City.
La prossima edizione è già fissata: dall’11 al 14 aprile 2027.
I comunicati stampa hanno un compito preciso: raccontare il lato migliore. Lo fanno bene, e Veronafiere non fa eccezione. Ma leggere quelle cifre, per chi frequenta il settore con una certa continuità, produce una sensazione strana. Un po’ come quando ti dicono che va tutto bene e tu sai che non è così.
Vinitaly 2026: i numeri sono reali, il contesto manca
I dati del comunicato ufficiale sono verificabili e in larga parte positivi. La crescita dei mercati emergenti, quindi, è concreta. Sudafrica, Brasile, Corea del Sud, Vietnam, Ucraina tra i buyer più numerosi. Veronafiere ha già annunciato nuove tappe di Vinitaly in Africa, Canada e Australia. Il raddoppio della presenza in Brasile è pianificato.
Sono mosse strategiche sensate. I mercati storici mostrano qualche crepa e ha senso cercare alternative.
Però il comunicato tace su quello che tiene svegli i produttori di notte. Non cita le giacenze che si accumulano in cantina. Non parla del rallentamento vistoso degli USA e della Cina che fino a pochi anni fa erano i motori dell’export. Mercati che oggi frenano in modo evidente. Non c’è traccia dell’inflazione che ha reso il vino al ristorante quasi proibitivo per molti consumatori. Così come non vi è traccia del calo strutturale dei consumi interni.
Questo non è una critica a Vinitaly. Ci mancherebbe! La manifestazione rimane uno degli appuntamenti fieristici vinicoli più rilevanti a livello internazionale e svolge una funzione reale di incontro e business.
La mia vuole essere solamente una presa d’atto: il comunicato racconta la fiera, ma non racconta il settore.

Vinitaly 2026: quello che vedo da casa
Quest’anno non ero a Verona. Ho seguito tutto da casa, tra comunicati, post sui social, dirette Instagram e qualche telefonata con produttori che conosco. Non è la stessa cosa, lo so. Ma a volte guardare da fuori aiuta a vedere cose che dentro al padiglione sfuggono.
Una di queste cose è la distanza crescente tra chi il vino lo produce e chi dovrebbe berlo. Parlo di persone normali. Non appassionati con la cantina a casa, non sommelier, non colleghi del settore. Parlo di chi entra in enoteca, legge un’etichetta e non capisce niente. O di chi al ristorante guarda la carta dei vini, vede i prezzi e ordina acqua.
Quella persona esiste. È la maggioranza. E il settore continua a parlare come se non esistesse.
Lo dico perché è uno dei motivi per cui ho aperto questo blog. Non per fare il tecnico, non per sfoggiare un vocabolario da sommelier. Ma per raccontare il vino a chi ancora non lo conosce, senza farlo sentire in difetto. Con risultati alterni, sia chiaro. Ma almeno ci provo.
Vinitaly 2026: dentro la fiera, cosa è andato davvero
Chi era a Verona racconta una storia più sfumata di quella del comunicato. Angelo Peretti, giornalista e fondatore di Internet Gourmet, tra le voci più autorevoli e indipendenti del giornalismo enogastronomico italiano, ha pubblicato il giorno dopo la chiusura di Vinitaly 2026 un resoconto che vale la pena leggere con attenzione.
La sensazione che descrive è precisa: è mancato l’entusiasmo. Non le presenze, non i contatti. L’entusiasmo. Quella voglia di esserci che nelle edizioni migliori si respirava fin dall’ingresso. In molti stand, scrive Peretti, l’accoglienza era quasi asettica. Come se partecipare fosse un obbligo da assolvere, non un’occasione da sfruttare.
I quattro giorni non sono andati allo stesso modo. La domenica semideserta ma, a sentire le aziende, con buoni contatti: poca gente, quella giusta. Lunedì e martedì pomeriggio molto pieni. Poi il mercoledì, che Peretti descrive come imbarazzante: moltissimi stand abbandonati dagli espositori già dalle 14, nastri adesivi che chiudevano scatoloni dall’una di pomeriggio, padiglioni svuotati due ore prima della chiusura ufficiale. Una scena che fa riflettere, soprattutto perché il regolamento vieterebbe il disallestimento anticipato. Ed infatti Peretti solleva una domanda legittima: ha ancora senso distribuire Vinitaly su quattro giorni? O sarebbe più onesto ridurlo a tre, magari con orari di apertura più lunghi?
Sul fronte delle presenze, i 90.000 visitatori confermati nel comunicato sono in calo rispetto ai 97.000 del 2024 e 2025. Lontanissimi dai 125-130.000 delle edizioni pre-Covid, ma questa riduzione è stata in parte cercata, alzando il costo dei biglietti per filtrare il pubblico meno qualificato. La questione però è un’altra…

Vinitaly 2026: sono mancati i ristoratori
Il punto più interessante dell’analisi di Peretti riguarda chi non c’era. Non i buyer stranieri, che sono arrivati in numero soddisfacente. Mancavano i ristoratori. Molti espositori l’hanno confermato direttamente: meno visite dalla ristorazione rispetto agli anni scorsi. Per Peretti è l’elemento più preoccupante di tutta l’edizione.
Ha ragione, e il motivo è strutturale. Il ristorante è il luogo dove il consumatore normale incontra il vino. È il canale di comunicazione più diretto tra produttore e cliente finale. Se il ristoratore non viene a Vinitaly, non aggiorna la carta, non scopre le nuove annate, non porta a casa entusiasmo da trasmettere al tavolo. La catena si inceppa prima ancora di partire.
E il motivo per cui i ristoratori disertano non è un mistero. Sono in difficoltà. I costi di gestione sono esplosi, i margini si sono assottigliati, e uno dei modi più rapidi per recuperare margine è gonfiare il ricarico sul vino. Il risultato è quello che vediamo tutti: bottiglie che in cantina costano quindici euro e al ristorante ne valgono sessanta, se va bene. Se il vino al ristorante costa il triplo o anche il quadruplo del prezzo di acquisto dal produttore, prima o poi qualcuno smette di ordinarlo. Quella persona non torna. Il settore perde un cliente che avrebbe potuto diventare un appassionato.
È un circolo vizioso che nessuno vuole nominare ad alta voce. Ma è lì.
I padiglioni a macchia di leopardo
Non tutti i padiglioni hanno vissuto la stessa fiera. Il divario tra aree geografiche quest’anno è stato più consistente del solito. A brillare, sembrerebbero essere stati Alto Adige e Friuli Venezia Giulia con i bianchi strutturati mentre per le aree collettive Calabria e Sardegna, grazie a una comunicazione dinamica e capace di attrarre attenzione.
Dalla lettura dell’articolo di Peretti se ne trae una riflessione molto interessante. Il successo dell’Alto Adige e del Friuli dice che i consumatori si sono spostati dai rossi corposi ai bianchi corposi. La leggerezza sembrerebbe non premiare. Cambia la tipologia, non la richiesta di sostanza nel bicchiere.
Il successo di Calabria e Sardegna dice invece qualcosa di diverso: le glorie del passato non bastano più. Chi si è presentato con energia comunicativa nuova ha raccolto. Chi ha puntato solo sul nome e sulla storia ha faticato.
Il fenomeno Sicilia
C’è poi chi aggiunge la Sicilia a questa lista. I numeri del padiglione al Vinitaly 2026 sembrerebbero dargli ragione: 164 cantine presenti al Padiglione 2, di cui 28 biologiche, bilanci positivi da parte degli espositori e il riconoscimento dello stesso presidente di Veronafiere Federico Bricolo, che ha parlato di trend di crescita costante negli ultimi anni. Va detto che queste sono valutazioni in larga parte istituzionali. Chi era lì come osservatore indipendente, non cita la Sicilia tra i padiglioni che lo hanno colpito ma forse perché oramai il fenomeno “Etna” sta diventando consuetudine. La realtà probabilmente sta nel mezzo: la Sicilia ha fatto un buon Vinitaly, ma non è stato un exploit inatteso.

Le aree collettive: responsabilità crescente
Un’altra osservazione degna di attenzione è quella riguardante le aree collettive. Queste crescono perché molti produttori hanno rinunciato allo stand aziendale, optando per un banco nel padiglione consortile o regionale. Tre fiere ravvicinate, Wine Paris, Prowein e Vinitaly, obbligano a contenere i costi. Il risultato è che, chi organizza queste aree ha una responsabilità crescente. Non basta affittare lo spazio. Bisogna pensare come si fa business e come si racconta il territorio. Sono due cose diverse e non sempre vanno insieme.
Il linguaggio: il problema che si trascina da anni
Simona Geri, sommelier toscana e fondatrice di The Winesetter. Una delle voci più autorevoli e lucide del vino digitale italiano. Una comunicatrice che seguo con stima da tempo perché spesso mi ritrovo nelle sue analisi, a Vinitaly concluso ha scritto qualcosa che condivido parola per parola: la crisi non è un temporale passeggero. È un cambio di clima. E fare finta di non vederlo, aggiunge, non aiuta nessuno.
E’ proprio questa la sua qualità rara: dire cose scomode in modo diretto, senza cercare il consenso facile e senza paura di pestare i piedi a qualcuno. In un settore dove tutti tendono ad applaudire e pochi a ragionare, la sua schiettezza è un valore.
Il nodo che lei individua sul linguaggio è quello che conosco meglio. Siamo rimasti al “sentore di corbezzolo” e al “ph ottimale“, scrive. La sfida non è abbassare il livello. È cambiare frequenza. Vince chi sa raccontare senza sembrare un professore universitario a fine carriera.
Questo è esattamente il problema. Non manca la competenza tecnica nel vino italiano, che è spesso altissima. Manca la traduzione. Trasformare quella competenza in qualcosa che un consumatore curioso possa capire, apprezzare e ricordare. Senza sentirsi escluso. Senza dover studiare prima di bere.
È anche per questo che ho creato questo blog: nella speranza di centrare quell’obiettivo almeno in parte. Con risultati alterni, sia chiaro.
I giovani ci sono ma non sanno dove andare
Seguendo Vinitaly 2026 da casa, una cosa mi ha colpito più di tutte. Il fuori salone Vinitaly and the City. Il centro di Verona durante i giorni della fiera, era strapieno. Soprattutto di giovani, di gente sotto i quarant’anni. Vie intasate, locali presi d’assalto, un’energia che dai padiglioni non trapelava.

Eppure i token degustazione venduti sono stati 50.000, stesso numero del 2024 e del 2025. Nessuna crescita. La spiegazione è semplice: quella folla non ha usato i canali ufficiali. Ha frequentato i locali del centro che durante la settimana di Vinitaly si organizzano per conto loro, fuori da qualsiasi circuito istituzionale.
Il segnale è chiaro. Non è vero che i giovani rifiutano il vino. Hanno poche occasioni di fruirne in un modo che gli piaccia davvero. E quando quella occasione si presenta, ci vanno.
Il problema non è la domanda. È l’offerta, e il modo in cui viene presentata.
Il settore continua a pensare ai giovani come a un problema da risolvere. Forse dovrebbe iniziare a trattarli come un pubblico da conquistare.
Il futuro non aspetta
Il modello “metti in bottiglia e incrocia le dita” è finito. Lo dicono i numeri, lo confermano le voci di chi era a Verona. Il futuro è di chi smette di vendere solo liquido e inizia a costruire un’esperienza comprensibile anche a chi non ha un diploma da sommelier appeso in salotto.
La fiera non può essere solo il luogo dove ci si congratula. 90.000 presenze sono un numero. Ma quanti nuovi consumatori ha conquistato il vino italiano nell’ultimo anno? Quante persone che prima non bevevano hanno aperto una bottiglia e capito perché ne valeva la pena?
Queste domande non stanno nel comunicato stampa di Vinitaly 2026. Dovrebbero però stare nell’agenda del prossimo Tavolo Vino, quello che a Verona ha riunito la filiera parlando di export, Ocm e dinamiche produttive. Tutto necessario. Ma serve anche parlare di chi il vino lo beve, o non lo beve più. Quella persona, nel comunicato, non esiste. Nella realtà, è l’unica che conta davvero.
Calice in mano, nel bicchiere e fuori dal bicchiere c’è ancora tanto da raccontare!