La verticale di San Leonardo in otto ritratti, dalla 2021 alla 1997
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Sul quaderno che porto alle degustazioni c’è una pagina con due parole scritte a margine: pietra miliare. Si riferiscono all’annata 2000 di San Leonardo. Le ho scritte il 1° ottobre all’Hotel Rome Cavalieri, durante la verticale di San Leonardo organizzata dalla Fondazione Italiana Sommelier (FIS). In batteria c’erano otto annate, dalla 2021 alla 1997. Rileggendo gli appunti, ogni bottiglia aveva un suo carattere. Quasi a rappresentare un personaggio. Per questo ho deciso di raccontarle come otto ritratti.
La verticale di San Leonardo con Anselmo e Daniela
A condurre la serata c’erano Anselmo Guerrieri Gonzaga e Daniela Scrobogna. Le annate le hanno scelte insieme. Alla FIS, del resto, Anselmo riconosce un merito preciso: “hanno fatto la differenza per San Leonardo!“
Non era la mia prima verticale di San Leonardo. Nel novembre 2021 ne avevo seguita un’altra, sempre con Bibenda ma nella sede di Fiumicino. La conduceva Paolo Lauciani, insieme al marchese Anselmo. Tre annate erano le stesse: la 2003, la 2008 e la 2011. In quell’occasione avevo definito la 2011 un vino “elegantissimo e garbato” e le mie preferite furono proprio la 2011 e la 1999. Questa volta ho scelto la 2008 e la 2000. Il vino è lo stesso, il contesto no. Otto annate in fila non sono sei e le più espressive si prendono la scena.
Lo confesso: due verticali dello stesso vino, a cinque anni di distanza, guidate dai due docenti che porto nel cuore fin dai tempi del corso sommelier, non possono essere una coincidenza. Almeno non per me. La poesia di Paolo, la concretezza di Daniela: due modi speculari di raccontare un vino iconico, uno dei rossi italiani che il mondo riconosce tra i grandi.
Due approcci diversi. Per me, complementari.

Un vino nato nel 1982
San Leonardo si trova ad Avio, in Vallagarina, all’estremo sud del Trentino. Più di mille anni fa era un monastero. Oggi è una tenuta di 300 ettari, 30 dei quali a vigneto. Il vino nasce nel 1982 da un’idea del marchese Carlo Guerrieri Gonzaga: vinificare e affinare separatamente ogni varietà, per unirle solo prima dell’imbottigliamento. Le uve sono Cabernet Sauvignon, Carmenère e Merlot, la denominazione è Vigneti delle Dolomiti IGT.
Giacomo Tachis lo ha seguito dal 1985 al 2000, Carlo Ferrini dal 2001. Nello stesso anno Anselmo è entrato in azienda accanto al padre, e dal 2012 la guida. Gli ho chiesto cosa sia cambiato con lui. La risposta è stata una dichiarazione di fedeltà: “Il mio ruolo è quello di mantenere questo vino intatto nel tempo e anzi adattare l’agronomia affinché il vino non subisca il cambiamento, perché quando uno beve un vino che ha una sua storia, quello vuole ritrovare.“
Sui due enologi le idee sono chiare. “Tachis è un grandissimo assemblatore in un’epoca diversa.” mentre di Ferrini apprezza soprattutto la capacità di conoscere la vigna come pochi. Del padre, invece, ricorda un mantra che ha deciso di portare avanti: “Poco legno, poco legno, poco legno.“
La coerenza ha pagato. La guida Vini d’Italia 2025 del Gambero Rosso ha nominato San Leonardo Cantina dell’Anno. Intanto l’azienda continua ad adattarsi: nel 2025 ha rinunciato alla certificazione biologica, ottenuta nel 2018, per le anomalie climatiche. Cambiare il metodo per non cambiare il vino.

Ombra, pergola e Carmenère
Il Carmenère è il sale del San Leonardo, come lo chiama l’azienda. Per anni era stato scambiato per Cabernet Franc: il padre di Anselmo ne riconobbe la vera identità nel 1989. Fino agli anni Novanta era allevato solo a pergola, poi nei primi anni Duemila è arrivato un impianto a Guyot. Oggi si è tornati alla sola pergola. “La pergola mantiene più carattere, più identità con una vena erbacea un po’ più espressiva ma anche un po’ più pepata.“
Poi c’è il sole diretto, che qui dura meno. La luce non manca, ma l’ombra delle montagne rinfresca l’aria. Anselmo lo spiega chiaramente: “Noi abbiamo 4 ore di sole in meno rispetto alla pianura, in media su tutto l’anno. D’estate arrivano a 5 e mezzo.“
In cantina la fermentazione è spontanea, in piccole vasche di cemento. Seguono 24 mesi in barrique e tonneaux di rovere francese, poi almeno 30 mesi in bottiglia. Sono i dati aziendali sul protocollo attuale. In questa verticale di San Leonardo le gradazioni restano tra il 13 e il 13,5% vol., contenute per scelta aziendale.
La verticale di San Leonardo: otto ritratti dalla 2021 alla 2011
Per ogni bottiglia ho cercato un’immagine che la riassumesse. Le racconto dalla più giovane alla più vecchia, così come servite durante la serata, con le mie note e i dati dell’opuscolo aziendale consegnato alla degustazione.
La 2021, la promessa. Viene da una primavera fredda e da un settembre ventilato e asciutto. Al naso ciliegia, mora, ribes, pepe nero ed erbe officinali, con un’evidente balsamicità. In bocca è fresca, con un’acidità spiccata che le dà molta verticalità. È ancora poco espressiva. Però il marchio di fabbrica c’è già.
La 2019, l’adolescente impaziente. Rubino, sia apre su sentori di frutta, tabacco, caffè, china e liquirizia. In bocca è più sapida della 2021, e il rabarbaro la fa da padrone. Più evoluta della sorella minore, ma ancora troppo giovane.
La 2015, il libro di testo. Il granato comincia ad affacciarsi. Il naso è balsamico e vira poi su note di sottobosco, frutta disidratata, pepe, cannella e noce moscata. In bocca arancia rossa, rabarbaro e tabacco, su una trama ricca di materia, con un finale sapido e complesso. È il San Leonardo da manuale, quello da cui partire.
La 2011, la solista nel coro. È l’annata preferita di Anselmo: “È un vino che mi fa vibrare.” Il colore è rubino, con una leggera unghia aranciata. In bocca è glicerica e si presenta con note di china, sottobosco e sfumature terragne mentre la vena balsamica resta sempre in primo piano. Tra otto voci è rimasta in sordina. Assaggiata da sola, credo, avrebbe brillato.



La verticale di San Leonardo, dalla 2008 alla 1997
La 2008, il gentiluomo col sigaro. Al naso incenso, tabacco, scatola di sigari e lucido per mobili, su un fondo fresco e balsamico. In bocca è strutturata ed elegante, con sentori d’arancia e note ferrose. Anselmo la vede “in una bella fase di apertura“. Io la metto in cima alla mia lista.
La 2003, l’eccezione alla regola. Secondo i dati aziendali, l’estate restò sopra i 24 gradi di media. Eppure ha l’acidità più alta della serata. Al naso rabarbaro, chinotto, arancia sanguinella, sigaro e legno di sacrestia. In bocca è sapida, piena, quasi masticabile, con note terrose e di sottobosco. Nessuna traccia del caldo. Anselmo l’ha portata proprio per mostrarlo. Oltre all’ombra e alla pergola, mi ha parlato dell’irrigazione di alcune parcelle su sabbia dove manca l’argilla che trattiene l’acqua.
La 2000, la pietra miliare. È l’ultima annata di Tachis, e una delle mie due preferite. Secondo i dati aziendali, fu l’annata meno piovosa dal 1983 al 2000. Il colore è tendente all’aranciato, ma fondamentalmente rubino. Al naso arrivano eucalipto, arancia, note ferrose, cioccolato alla menta, tabacco e spezie. In bocca è ancora fresca e sapida, con arancia, rabarbaro e china.
La 1997, il vecchio saggio. È a fine vita (secondo me), eppure si beve ancora con piacere. Il colore è mattone, il naso scuro: fumé, china, sensazioni salmastre ed una bella balsamicità. In bocca sembra un vermouth, con ginepro e note balsamiche in bella mostra. In etichetta riporta ancora l’IGT Vallagarina, prima del passaggio a Vigneti delle Dolomiti.



L’arte in etichetta: un progetto parallelo
Accanto al vino, da quattro anni la tenuta porta avanti un progetto parallelo: Arte a San Leonardo. È nato da Anselmo e dalla moglie Ilaria Tronchetti Provera, con la curatrice Giovanna Amadasi. Ogni edizione coinvolge un artista, la cui opera resta nella collezione della tenuta. Un estratto finisce in etichetta, ma solo su una tiratura limitata.
La quarta edizione porta la firma di Chiara Camoni, che rappresenta l’Italia alla Biennale Arte 2026 di Venezia. Il suo estratto veste 999 bottiglie e 99 magnum di San Leonardo 2021. Tutte le altre bottiglie dell’annata conservano l’etichetta classica.
Parlando del progetto, Anselmo mi ha raccontato che questa idea poggia le basi su ricordi lontani. Da ragazzo, infatti, guardava le etichette di Mouton Rothschild, che cambiavano ogni anno e ne rimase colpito. Un desiderio rimasto a lungo irrealizzato ed oggi una certezza. Il legame, insiste, è tra l’azienda e l’artista, non tra l’artista e l’annata, l’opera, infatti, resta nella collezione della tenuta.
Considerazioni sulla verticale di San Leonardo: vale la pena seguire questo vino?
Rileggendo il quaderno, nella verticale di San Leonardo almeno uno di questi tre tratti è sempre emerso: balsamicità, china, rabarbaro. È questa la fedeltà di cui parlava Anselmo. Le annate di San Leonardo cambiano carattere, il vino resta riconoscibile.
Ma vale la pena seguirlo nel tempo? La risposta è sì ma con pazienza. Chi vuole capirlo parta dalla 2015. Chi ha in cantina una 2019 o una 2021, invece, farà bene ad aspettare. Altri racconti di cantine e di annate li trovi nelle mie Storie di Vino.
