SP68 Bianco 2019 di Arianna Occhipinti: il tempo che trasforma
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Ho aperto questa bottiglia di SP68 Bianco 2019 senza aspettative particolari. Cinque anni per uno SP68 Bianco sembrano troppi, o forse esattamente il giusto numero. Non lo sapevo prima di berlo.
L’SP68 Bianco nasce per essere bevuto presto. È uno di quei vini che nella sua giovinezza ha una nervosità quasi scomoda: acidità tagliente, agrumi crudi, una tensione che o ti conquista o ti stanca. Quella versione non esiste più. Quello che ho trovato nel bicchiere è un vino completamente diverso, e mi ha sorpreso molto più di quanto pensassi.
La strada più antica del vino
La Strada Provinciale 68 collega Vittoria a Pedalino, nel ragusano. Arianna Occhipinti la percorre ogni giorno per raggiungere i vigneti. Ha dato il nome al vino, e non è solo una scelta di immagine. Tremila anni fa quella strada, allora di pietra, collegava Gela a Kamarina. Generazioni di contadini la percorrevano per portare il vino fino alla costa. Arianna la definisce “la strada del vino più antica mai attestata.” Quando cammini lungo i muretti a secco delle contrade di Vittoria, capisci che non è retorica. È un luogo che porta il peso della storia in modo molto fisico.
È lungo quella strada che Arianna ha deciso di costruire il suo progetto, nel 2004, partendo da un ettaro di terra a Fossa di Lupo, nella piana di Vittoria. Da allora i vigneti si sono estesi fino a circa 30 ettari, distribuiti tra le contrade Fossa di Lupo, Bombolieri, Pettineo, Bastonaca, Santa Teresa, Serra d’Elia e Santa Margherita. L’ultima, a Chiaramonte Gulfi, è la più lontana e la più alta: 490 metri sul livello del mare, un terroir completamente diverso. Ma ci torniamo dopo.
Arianna Occhipinti: una figura che non si lascia etichettare
Arianna è nata nel 1982 a Marsala, cresciuta a Vittoria. È nipote di Giusto Occhipinti, uno dei fondatori di COS, cantina di riferimento per chiunque si occupi di Sicilia. A sedici anni Giusto la portò al Vinitaly. Quei giorni le cambiarono tutto. Dopo la laurea in viticoltura ed enologia a Milano tornò sull’isola e cominciò da zero. Nel 2003, in una lettera al critico Luigi Veronelli, prese posizione contro l’enologia industriale. Non aveva ancora trent’anni.
Nel tempo è diventata una figura che il mondo del vino naturale ha adottato come simbolo. Il New York Times la citò nel 2012 come una delle voci più interessanti del vino italiano. Il libro “Natural Woman”, pubblicato nel 2013, ha fatto il giro del mondo. Arianna distribuisce in 60 paesi e produce circa 160.000 bottiglie l’anno.
Eppure Arianna non si è mai lasciata ingabbiare. Nel 2025, al suo primo Vinitaly in senso stretto, ha dichiarato che le fiere di vino naturale sono “troppe e dispersive.” Una frase che ha fatto rumore proprio perché veniva da lei. Ma lei a scelto di non restare chiusa nel recinto che il mercato le aveva costruito intorno.

La cosa che mi ha sempre colpito, leggendo le sue parole, è che lei non parla mai di “vino naturale” come categoria da difendere. Sul sito dell’azienda scrive: “Non amo etichettare i vini che facciamo secondo dei metodi.” E poi: “Un vino coerente, naturale nel suo divenire.” Inoltre ha sempre rifiutato la DOCG Cerasuolo di Vittoria, preferendo restare su tempi di affinamento più coerenti con la sua visione. La questione, per Arianna, non è il metodo ma il risultato nel bicchiere e su questo concordo senza riserve.
Un’azienda agricola vera, non solo una cantina
Quello che distingue questo progetto dalla maggior parte delle cantine che conosco è l’approccio alla terra nel suo insieme. Accanto ai 30 ettari di vigneto (dove crescono Frappato, Nero d’Avola, Zibibbo, Albanello e Grillo) l’azienda coltiva 10 ettari di grano antico Tumminia, 15 ettari di uliveti secolari di Tonda Iblea e Nocellara del Belìce, un ettaro di pere, mezzo ettaro di agrumi e 1500 metri quadrati di orto. Tutto questo confluisce nel progetto Orto&Dispensa, farine, paste, marmellate e conserve prodotte con artigiani locali.
La gamma dei vini si articola su due livelli. I vini di gamma sono SP68 Bianco, SP68 Rosso, Frappato, Siccagno, Grotte Alte e Passonero. Poi ci sono i vini di contrada: PT, FL, BB e SM, ciascuno da una singola vigna, ciascuno con una voce propria.
La SM, Grillo in purezza da Chiaramonte Gulfi a 490 metri di quota, racconta un terroir completamente diverso da Vittoria, pur restando dentro lo stesso progetto. Non male per un vino che viene da una vigna trovata nel 2016 in un pezzo di terra dimenticato nel cuore degli Iblei. E infine, durante l’ultima edizione del Vinitaly, la 2026, Arianna ha presentato in anteprima il Serracalcara, un nuovo Grillo da una vigna singola sul promontorio della Serra San Bartolo a Vittoria, piantata nel 2022. Un segnale che la ricerca non si è fermata.
SP68 Bianco 2019: Albanello e Zibibbo
Alla base dello SP68 Bianco 2019 ci sono due vitigni che non potrebbero essere più diversi. Lo Zibibbo lo conoscono quasi tutti. L’Albanello no, e forse è questo il punto. È un vitigno autoctono dell’agro siracusano, catanese e nisseno, a rischio estinzione. Veronelli e Soldati lo avevano celebrato come una delle uve bianche più pregiate della Sicilia. Poi è quasi scomparso. Arianna è tra i pochi che ancora lo coltivano con convinzione.
Nell’SP68 Bianco i due vitigni entrano in parti uguali. Lo Zibibbo porta aromaticità e quella tendenza rotonda che si fa sentire nel sorso. L’Albanello, invece, dà tensione minerale e acidità. I vigneti si estendono su 4,5 ettari di suolo sabbioso e calcareo. La fermentazione è spontanea, in cemento, con macerazione sulle bucce. Dopo la svinatura il vino affina circa sette mesi sulle fecce fini, negli stessi tini. Non viene filtrato. È un approccio che accetta la materia per quello che è, senza correzioni di rotta.

SP68 Bianco 2019: la degustazione
Il colore è giallo dorato con riflessi ambrati. Già lì capisci che qualcosa è cambiato.
Al naso gli agrumi ci sono ancora, ma non sono più freschi. Sono diventati canditi. Scorza di cedro che ha passato del tempo nel miele. Frutta gialla in confettura leggera. Poi i fiori: non intensi, ma presenti, con una persistenza che non ti aspetti da un bianco a questo punto di evoluzione. E lo iodio, che non è un accenno sottile ma una presenza vera, quasi marina, che torna ogni volta che torni al bicchiere. È probabilmente la componente che più racconta il territorio: suolo calcareo, vento dagli Iblei, Sicilia sudorientale.
In bocca la differenza rispetto alle annate giovani è marcata. L’acidità che nelle annate recenti è quasi spigolosa adesso è integrata, levigata. Regge il sorso ma non lo domina. Il vino è più rotondo, con una persistenza che non ti aspetti da uno SP68. C’è una tendenza dolce che percorre tutto il sorso, difficile da isolare come nota precisa: non è zucchero, non è frutta matura, è più una rotondità di fondo che ammorbidisce i bordi e dà al vino una certa avvolgenza. Probabilmente è lo Zibibbo che a questo punto dell’evoluzione smette di nascondersi dietro la freschezza e prende spazio. Non disturba, ma cambia il registro del vino in modo abbastanza netto rispetto a come lo ricordavo giovane.
Non so se tutte le bottiglie di questa annata siano a questo punto di evoluzione. La mia era conservata bene. Potrebbe fare la differenza.
Gli abbinamenti
Con questo profilo un risotto con gamberi rossi di Mazara e zafferano funziona bene: la tendenza dolce del vino e quella del crostaceo si capiscono. Anche il tonno in agrodolce alla siciliana è un abbinamento sensato, di territorio, mentre i formaggi a pasta semidura di media stagionatura potrebbero reggere il finale senza coprirlo.

La pasta con le sarde, piatto simbolo della cucina siciliana, meriterebbe una menzione a parte: la componente iodica del vino e quella del pesce si trovano a metà strada, senza sovrapporsi. Vale la pena provare.
I crudi delicati, invece, meno: il vino adesso ha più struttura di quanto un’ostrica o un carpaccio sottile riescano a gestire. Meglio tenerlo per piatti che abbiano qualcosa da dire.
SP68 Bianco 2019: vale la pena aprirlo?
Se avete ancora qualche bottiglia di SP68 Bianco 2019 in cantina, apritela adesso. Non tra due anni. Adesso! Il vino è in un punto di equilibrio che non durerà per sempre. Chi cerca la freschezza immediata delle annate recenti resterà deluso: quello SP68 non esiste più. Chi è disposto ad accettare che il vino sia diventato altro troverà qualcosa che nessuna bottiglia giovane può dare.
Non è uno SP68 da bere in estate sul terrazzo. È uno SP68 da aprire di sera, con un piatto che regga il peso e da trattare con la stessa pazienza che lui ha avuto con te.