Il nome dello spumante 'Revén' dell'Azienda Ruggeri proiettato durante la masterclass di presentazione presso la Gambero Rosso Academy

Revén Ruggeri: dieci Rive in un solo Prosecco

Tempo di lettura: 6 min

C’è una mappa sull’etichetta di Revén. Linee sottili disegnano le colline di Valdobbiadene e dieci punti dorati segnano le vigne da cui nasce il vino. Lunedì 19 ottobre ero alla Gambero Rosso Academy di Roma. Lì quella mappa è stata il punto di partenza di tutto il racconto. Il titolo della masterclass lo diceva chiaro: una nuova interpretazione di Valdobbiadene, raccontata attraverso i vini iconici di Ruggeri. Revén Ruggeri è il nuovo Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut Millesimato della cantina. E nasce proprio dalle colline più difficili da lavorare.

A raccontarlo c’erano Laura Mayr, general manager di Ruggeri, e l’enologo Andrea Canal. Con loro Marco Sabellico, co-curatore della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso. In batteria sei calici: Revén accanto a due annate di Vecchie Viti, due di Giustino B. e al Cartizze Dry. Un confronto diretto tra il vino nuovo e le selezioni storiche della casa. Masterclass come questa le racconto dopo averle vissute. Le manifestazioni in programma, invece, le trovi nel mio calendario eventi vino 2026.

Revén Ruggeri, un progetto nato in salita

Ruggeri nasce nel 1950 da Giustino Bisol e dal cugino Luciano Ruggeri. Dal 2017 la proprietà è del gruppo tedesco Rotkäppchen-Mumm. La cantina, però, continua a lavorare con i suoi conferitori storici. Ed è proprio tra le loro vigne che sono state scelte le uve per Revén. Nessun vigneto nuovo.

La ricerca è partita da ciò che la cantina conosceva già.

Il nome viene dal dialetto veneto e richiama i pendii impervi. Non a caso in etichetta si legge “da colline impervie”. Le uve arrivano da dieci parcelle sulle Rive più ripide di Valdobbiadene, con pendenze medie vicine al 50%. In alcune sopravvivono viti di settanta, ottanta e novant’anni. Su queste colline il lavoro è quasi tutto manuale.

Alle spalle, inoltre, c’è uno studio triennale ancora in corso. Confronta le parcelle scelte con vigneti meno ripidi: suoli, foglie, aromi delle uve e biodiversità. In sala Andrea Canal lo ha riassunto in tre parole: “Rive di Rive“. Non è una menzione ufficiale, perché in etichetta resta la denominazione Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG. Eppure rende bene l’ambizione del progetto. Anche la mappa in etichetta va letta così: le dieci provenienze evidenziate sono quelle studiate nel percorso di ricerca.

Bottiglia di Revén Ruggeri, Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut Millesimato versato sui 3 calici da degustazione durante la presentazioen al Gambero Rosso Accademy
REVEN Ruggeri Masterclass Gambero Rosso 19 ottobre 2026 © Francesco Vignali Photography

Dieci vinificazioni e sei mesi sui lieviti

Ogni parcella viene vinificata separatamente. Solo dopo l’analisi aromatica e sensoriale le dieci basi diventano un’unica cuvée. Revén, quindi, è un vino di assemblaggio più che di singola vigna.

Il secondo punto è il tempo. Revén resta almeno sei mesi sui lieviti prima dell’imbottigliamento. Per avere un termine di paragone, Vecchie Viti e Giustino B. si fermano a circa tre mesi, secondo le schede della cantina.

Il doppio del tempo, su uve già selezionate.

L’uvaggio prevede Glera per almeno l’85% e varietà locali per il resto. La cantina lo destina all’alta ristorazione e all’enoteca specializzata. Il residuo zuccherino è di circa 7 grammi per litro, l’alcol all’11,5%.

La degustazione di Revén Ruggeri

Nel calice c’è la prima annata, la 2025. La spuma è molto cremosa, carezzevole. Al naso è un Prosecco riconoscibile: fiori bianchi e frutta, con un’eleganza che non cerca effetti speciali.

In bocca invece cambia passo. L’acidità ha una buona spalla e regge tutto il sorso. Arrivano mela Granny Smith, lime e una leggera frutta secca. Poi una nota minerale netta, la sapidità e una buona lunghezza.

Il punto, alla fine, è questo: è un Prosecco diverso, senza smettere di essere Prosecco. Il naso resta fedele alla tipicità. La bocca, però, è più tesa e più profonda di quanto la categoria ci abbia abituato.

Vecchie Viti e Giustino B. alla prova del tempo

Le due coppie d’annata hanno permesso di leggere il lavoro del tempo. Vecchie Viti nasce da singole viti di 80-100 anni. Accanto alla Glera ci sono piccole quote di Verdiso, Bianchetta e Perera, le varietà storiche del territorio. La 2025 al naso è più floreale di Revén. Ha poi una sensazione minerale ferrosa, leggere note fumé e un tocco di anice. L’ingresso è rotondo e morbido, poi esplode l’acidità. È un’acidità che ricorda l’arancia, quindi più rotonda.

La 2012 apre invece con un naso molto interessante: pasticceria, miele, mela Golden. In bocca però perde qualcosa. Le sensazioni ossidative non sono del tutto piacevoli e si mescolano alla nota acida. Ma soprattutto, la sapidità non è particolarmente presente. Il tempo qui ha dato profumo e tolto slancio.

Si passa quindi a Giustino B. che è l’Extra Dry dedicato al fondatore. La 2025 mostra i sentori tipici del Prosecco, frutta tropicale e note vegetali. La 2016 è floreale e tropicale, poi vegetale, con erbe aromatiche. Il sorso, tuttavia, è troppo morbido. La dolcezza di fondo è sorretta da una discreta acidità e sapidità, ma resta sempre in primo piano.

Chiude il Cartizze Dry 2025, con circa 28 grammi di residuo zuccherino. Al naso è molto floreale, con sensazioni di agrume. Mi ha stupito per l’eleganza. In bocca è un Cartizze tipico. Per il mio gusto, però, è troppo dolce.

La selezione di bottiglie di vino spumante Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Ruggeri, tra cui: Revén, Vecchie Viti, Giustino B. e Cartizze, disposte in fila su un bancone di legno accanto a un secchiello del ghiaccio
REVEN Ruggeri Masterclass Gambero Rosso 19 ottobre 2026 © Francesco Vignali Photography

A tavola: tre piatti da abbinare liberamente

La cucina ha proposto tre piatti, da accostare ai vini a piacimento. In apertura una spugnola ripiena con terra di fungo, spinacio e salsa vegetale al fungo. Poi un risotto al topinambur con crema d’alici. Infine il baccalà con spuma di patate, tapenade d’oliva e salsa verde.

Partiamo dalla fine, con il baccalà. È il piatto che ho scelto per Revén. La spuma di patate è morbida e avvolgente, quindi chiede un vino capace di pulire il palato. La spalla acida di Revén fa esattamente questo. La tapenade d’oliva porta invece una nota salina, che trova risposta nella sapidità e nella mineralità del sorso. Anche la spuma cremosa del vino si accorda alla consistenza del piatto, senza appesantirlo.

Il risotto al topinambur con crema d’alici ha funzionato con entrambe le annate di Vecchie Viti. Con la 2025, però, l’accostamento è più centrato. L’acidità rotonda, che ricorda l’arancia, accompagna la cremosità del topinambur. La sensazione minerale ferrosa, poi, si lega bene alla crema d’alici. La 2012 regge il piatto, ma è meno centrata. Le note di pasticceria e miele dialogano con la dolcezza del topinambur. Tuttavia, senza una sapidità marcata, il vino fatica a tenere testa alle alici.

Resta l’antipasto. Con la spugnola ripiena ho scelto Giustino B. 2016. Le sue note vegetali e di erbe aromatiche incontrano la terra di fungo e lo spinacio. La discreta acidità e la sapidità sorreggono il piatto. La dolcezza di fondo, infine, accompagna la salsa vegetale al fungo.

Seguirò Revén Ruggeri?

Revén Ruggeri non stravolge il Prosecco Superiore. Lo porta in salita, letteralmente, e gli concede più tempo sui lieviti. Il risultato è un Brut teso, sapido e lungo. Una Rive di Rive, appunto. La 2025 è solo il primo capitolo. Lo studio sulle Rive durerà tre anni, e le prossime annate diranno fin dove può spingersi questo progetto. Io lo riassaggerò volentieri tra un anno.

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